La protesta cambia volto: presidi in ritirata, tensioni ancora aperte

Dalla Sicilia alla Calabria arrivano i primi segnali di distensione, ma in Campania e Puglia la mobilitazione non si ferma. Il Governo annuncia lo sblocco di oltre un miliardo di risorse, mentre le imprese chiedono liquidità immediata, certezze sui pagamenti e interventi strutturali contro il caro gasolio. Il prossimo incontro al MIT sarà un banco di prova decisivo.

Il fermo degli autotrasportatori entra in una fase nuova, ma la vertenza resta tutt’altro che chiusa. Dopo giorni di blocchi, presidi nei principali snodi logistici del Mezzogiorno e pesanti ripercussioni sulla distribuzione delle merci, il confronto tra Governo e rappresentanti del settore ha prodotto le prime aperture. Non ancora, però, le condizioni per un ritorno generalizzato alla normalità.

Al 22 ottobre, il quadro appare frammentato. Alcuni comitati hanno deciso di sospendere la protesta o ridurre i presidi, altri mantengono una posizione di attesa, mentre una parte degli autotrasportatori continua a chiedere risposte concrete prima di rimettere in movimento i mezzi.

La data cerchiata in rosso è quella di martedì 27 ottobre, quando al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti è previsto un nuovo confronto con le rappresentanze di categoria. Un appuntamento nel quale non basteranno più gli annunci: le imprese chiederanno di conoscere tempi, strumenti e modalità di attuazione degli interventi promessi.

Sicilia e Calabria, i primi segnali di distensione

La Sicilia è stata la prima regione a registrare un’inversione di rotta significativa. Dopo l’incontro del 20 ottobre con il ministro Matteo Salvini e il viceministro Edoardo Rixi, il Comitato Trasportatori Siciliani ha annunciato la revoca del fermo, scegliendo di dare un segnale di apertura al Governo.

La decisione non ha tuttavia determinato la cessazione automatica di tutte le proteste sul territorio. A Gela, ad esempio, un gruppo autonomo di autotrasportatori e agricoltori ha continuato a presidiare l’area della strada statale 117 bis, dimostrando quanto sia difficile ricondurre l’intera mobilitazione a una sola linea organizzativa.

Una novità rilevante arriva anche dalla Calabria. Dopo aver inizialmente annunciato la prosecuzione del fermo fino al 27 ottobre, Fedralog ha comunicato il 22 ottobre la sospensione dell’astensione dai servizi di trasporto. Una scelta motivata dalla volontà di non aggravare ulteriormente le difficoltà delle filiere produttive, agroalimentari e industriali.

La sospensione resta però condizionata all’esito della trattativa. La federazione ha già prospettato una nuova mobilitazione, fino all’ipotesi di un corteo di mezzi pesanti verso Roma, qualora dal prossimo incontro non emergessero soluzioni ritenute adeguate.

Campania, la pressione resta alta sui nodi logistici

Più complessa la situazione in Campania, dove il fermo ha assunto un peso particolarmente significativo per la concentrazione di infrastrutture logistiche, interporti, piattaforme distributive e collegamenti autostradali.

Tra le aree maggiormente interessate figurano l’Interporto di Nola, il polo logistico Maddaloni-Marcianise e diversi accessi alla rete autostradale nelle province di Napoli, Caserta, Salerno e Avellino.

I rappresentanti campani presenti al confronto con il Governo hanno annunciato l’intenzione di mantenere la mobilitazione almeno fino al 27 ottobre, salvo l’arrivo anticipato di provvedimenti concreti.

Il disagio non riguarda soltanto gli operatori del trasporto. La riduzione dei flussi di merci ha prodotto difficoltà negli approvvigionamenti della grande distribuzione, nei rifornimenti e nella movimentazione di prodotti deperibili, evidenziando la centralità dell’autotrasporto per l’intera economia territoriale.

In Puglia, nel frattempo, si registra una situazione altrettanto articolata. Una parte degli autotrasportatori ha accolto la richiesta di ridurre i blocchi, ma restano iniziative di protesta e presidi autonomi, in particolare nelle aree della Capitanata e del Barese.

Anche in Basilicata e Molise sono state annunciate forme di allentamento della mobilitazione, senza che ciò equivalga a una revoca generale del fermo.

Il dato politico e sindacale più evidente è proprio questo: non esiste un’unica regia della protesta e le decisioni assunte dalle organizzazioni nazionali non producono automaticamente gli stessi effetti sui coordinamenti territoriali.

Le risorse annunciate dal Governo: il nodo è renderle disponibili

Il doppio confronto del 20 ottobre a Milano ha rappresentato un primo passaggio importante.

Il ministro Salvini ha annunciato lo sblocco di oltre un miliardo di euro di risorse destinate al settore, a partire da circa 480 milioni per le domande di contributo presentate fino ad agosto. A questi si aggiungono 590 milioni destinati al rinnovo del parco veicolare e la prospettiva di ulteriori risorse per affrontare le difficoltà del comparto.

Il viceministro Rixi ha inoltre indicato la volontà di intervenire sulle mensilità successive e di prevedere ulteriori strumenti fiscali nel 2027.

Ma è proprio sulla differenza tra risorse annunciate, somme stanziate e contributi effettivamente incassati che si concentra una parte importante del malcontento.

Per molte imprese, soprattutto quelle di piccola e media dimensione, il problema è la tenuta finanziaria quotidiana: il carburante deve essere pagato subito, così come pedaggi, stipendi, assicurazioni e manutenzioni, mentre i tempi di riscossione dei servizi e dei contributi pubblici possono risultare molto più lunghi.

Lo sblocco di fondi già previsti rappresenta un passaggio positivo, ma non esaurisce le richieste della categoria. Occorrono interventi capaci di incidere sui costi correnti e sulla sostenibilità economica dell’attività.

Il caro gasolio resta il problema strutturale

Alla base della mobilitazione c’è un tema che attraversa l’intero settore: la crescita dei costi di esercizio e, in particolare, il peso del carburante sui bilanci aziendali.

Per un’impresa di autotrasporto, anche una variazione relativamente contenuta del prezzo del gasolio può trasformarsi in un aumento considerevole delle spese nell’arco di un mese.

Il problema si aggrava quando i contratti di trasporto non consentono di adeguare tempestivamente le tariffe, trasferendo almeno una parte dei maggiori costi lungo la filiera.

È quindi fondamentale che il confronto istituzionale affronti non soltanto l’emergenza immediata, ma anche il funzionamento dei meccanismi di adeguamento dei corrispettivi, la certezza dei tempi di pagamento, il sostegno alla liquidità e la competitività delle imprese italiane.

Senza risposte su questi aspetti, anche un eventuale accordo sul fermo rischierebbe di lasciare irrisolte le fragilità economiche che hanno alimentato la protesta.

Il 27 ottobre, tra attese e rischio di nuove mobilitazioni

Il prossimo appuntamento al MIT sarà il vero momento di verifica.

Le associazioni nazionali hanno accolto positivamente gli impegni assunti dal Governo, ribadendo però la necessità di trasformarli rapidamente in atti concreti. I coordinamenti autonomi, invece, mantengono posizioni differenziate e in diversi casi subordinano la fine della protesta all’arrivo di misure immediatamente verificabili.

Tre gli elementi che potranno incidere sull’evoluzione della vertenza: l’effettivo avvio dei pagamenti annunciati, la definizione di nuovi interventi sui costi del carburante e la capacità del tavolo istituzionale di coinvolgere anche le rappresentanze territoriali che hanno animato i presidi.

Un’intesa accompagnata da provvedimenti attuativi e scadenze certe potrebbe favorire una progressiva normalizzazione dei servizi. Al contrario, un confronto limitato a ulteriori dichiarazioni d’intenti potrebbe non essere sufficiente a convincere tutti i manifestanti a interrompere la mobilitazione.

Oltre il fermo, serve una prospettiva per l’autotrasporto

La vertenza di ottobre ha riportato al centro dell’attenzione un problema che va ben oltre i singoli presidi: la sostenibilità economica del trasporto merci su strada.

I disagi registrati nella distribuzione, nella grande distribuzione organizzata e nelle filiere produttive confermano quanto il sistema economico nazionale dipenda dalla continuità dei servizi di autotrasporto.

Allo stesso tempo, la crisi evidenzia la necessità di affrontare il tema della remunerazione del lavoro delle imprese, soprattutto in un mercato caratterizzato da costi crescenti e margini spesso ridotti.

Il 27 ottobre potrebbe segnare l’avvio di una soluzione della vertenza, ma la vera misura del risultato sarà la capacità di trasformare gli impegni istituzionali in benefici concreti per le aziende.

Perché la ripartenza dei camion, da sola, non basta a certificare la fine della crisi. Occorre creare le condizioni affinché le imprese possano continuare a viaggiare, lavorare e investire in modo economicamente sostenibile.

D.B.

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