Nel pieno della crisi dell’autotrasporto italiano, c’è una provincia che va in direzione opposta: Caserta. Secondo i dati CGIA, mentre il comparto nazionale perde ossigeno tra rincari energetici e liquidità sempre più rarefatta, il territorio casertano registra un +5,2% di imprese attive negli ultimi dieci anni. Tradotto: 56 aziende in più, in un settore dove altrove si chiude più che aprire.
Il contesto, però, resta da “warning acceso sul cruscotto”. Oltre 13mila imprese italiane rischiano di fermarsi entro il 2026, schiacciate soprattutto dal costo del gasolio, ormai stabilmente sopra i 2 euro al litro. Per un mezzo pesante, un pieno supera facilmente i 1.000 euro: numeri che trasformano ogni viaggio in un esercizio di sopravvivenza finanziaria.
E qui arriva il paradosso tecnico. Il taglio delle accise, pensato per alleggerire i costi, ha finito in molti casi per ridurre anche il rimborso fiscale destinato agli autotrasportatori. Risultato: beneficio teorico, impatto reale quasi nullo.
Caserta cresce, sì, ma senza immunità. Molte imprese restano micro-operatori monoveicolari, quindi altamente vulnerabili agli shock energetici e ai contratti a margine fisso. In pratica: più aziende non significa automaticamente un sistema più solido.
Il problema di fondo resta strutturale. Il carburante pesa circa il 30% dei costi operativi e la fuel surcharge — il meccanismo che dovrebbe adeguare i compensi all’aumento del diesel — continua a essere applicata a metà o contestata dai committenti.
E quando la logistica entra in crisi, non si ferma solo il traffico merci: si inceppa una parte dell’economia reale. Altro che semplice pieno.



