Mentre Bruxelles accelera sugli strumenti straordinari di sostegno alle imprese colpite dalla crisi energetica, in Italia il confronto tra Governo e autotrasporto continua a muoversi più sul piano delle dichiarazioni che su quello delle misure operative. E intanto, per le aziende della logistica, il costo della crisi si scarica direttamente sui conti economici, viaggio dopo viaggio.
Nelle ultime settimane l’esecutivo ha riconosciuto la gravità della situazione, avviando tavoli tecnici e annunciando interventi. Tuttavia, l’unico provvedimento concretamente attuato resta il taglio delle accise sul carburante. Una misura che ha contenuto temporaneamente il prezzo alla pompa, ma che non affronta il nodo centrale: la sostenibilità finanziaria delle imprese di autotrasporto.
Nel frattempo i mezzi continuano a circolare in un contesto di marginalità sempre più compressa. Secondo i dati MIMIT aggiornati al 5 maggio 2026, il gasolio self sulla rete ordinaria ha raggiunto una media nazionale di 2,044 euro al litro, nonostante la riduzione fiscale in vigore. Senza il taglio delle accise il livello sarebbe stato ancora più elevato.
Il problema, però, è strutturale. La riduzione delle accise attenua l’impatto immediato sul prezzo, ma non compensa le perdite accumulate dalle imprese, non sostiene la liquidità e non interviene sui ritardi con cui la committenza riconosce gli extracosti. In particolare resta aperta la questione della fuel surcharge, ancora troppo spesso considerata negoziabile invece che uno strumento automatico di riequilibrio economico.
Il ritardo italiano appare ancora più evidente alla luce della decisione adottata dalla Commissione europea il 29 aprile 2026 con il “Middle East Crisis Temporary State Aid Framework”. Il nuovo quadro consente agli Stati membri di sostenere i comparti maggiormente esposti alla crisi energetica, compreso il trasporto stradale e marittimo intra-Ue, autorizzando contributi fino al 70% degli extracosti carburante oppure aiuti forfettari fino a 50.000 euro.
In altre parole, l’Europa ha aperto formalmente alla possibilità di compensare le imprese. L’Italia, però, non ha ancora trasformato questa opportunità in un meccanismo semplice, finanziato e immediatamente accessibile.
I numeri aiutano a comprendere la dimensione del problema. Un autoarticolato con consumo medio di 33 litri ogni 100 chilometri, rispetto a un valore gestionale di riferimento pari a 1,70 euro al litro, subisce oggi un extracosto di circa 116 euro su una tratta da 1.000 chilometri. Su percorrenze superiori il differenziale cresce rapidamente, senza considerare pedaggi, manutenzione, pneumatici, personale e costi finanziari.
Per una flotta di dieci mezzi impegnati quotidianamente su percorrenze analoghe, il maggiore esborso può superare i 45.000 euro in meno di due mesi. Nel caso delle imprese insulari il quadro peggiora ulteriormente: al caro gasolio si sommano gli aumenti dei collegamenti marittimi, dell’ETS e delle componenti energetiche applicate ai traghetti.
In Sicilia e Sardegna il costo logistico dell’insularità rischia così di trasformarsi in un vero svantaggio competitivo strutturale. Secondo stime richiamate anche da ANSA, una tratta Cagliari-Milano può costare circa il 21% in più rispetto a un collegamento continentale comparabile, con aggravii complessivi che in alcuni casi arrivano al 40%.
Per questo il settore continua a chiedere strumenti operativi e tempi certi. Il rischio, infatti, non riguarda soltanto l’equilibrio economico delle imprese di trasporto, ma la continuità stessa della catena logistica nazionale. Ogni giorno di ritardo nell’attivazione delle misure di sostegno aumenta il peso finanziario scaricato sulle aziende, chiamate a garantire servizi essenziali in un contesto di costi sempre più difficili da assorbire.
La questione, ormai, non è più soltanto congiunturale. Per molte imprese il caro carburante e l’aumento dei costi energetici stanno assumendo le caratteristiche di una criticità strutturale, capace di incidere sulla competitività del sistema logistico italiano nel medio periodo.



